Il Gruppo Padano di Piadena

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Questa è la mia storia. L'emigrante.

Scritta da Noris Meleri Repaci nel giugno 2002

Noris Meleri RepaciLa mia storia cominciò dal giorno che lasciai l'Europa.
Da allora sono passati quasi 75 anni.
Io sono nata in Francia a Nantua (Ain). Era una bella cittadina circondata da belle montagne e con un lago che visto dall'alto aveva la forma di un pesce.
I miei genitori erano di origine italiana.
Si stava proprio bene in Francia e si viveva bene. Fino a quel giorno della dichiarazione della guerra mondiale, quando Mussolini si alleò con la Germania e dichiarò guerra alla Francia.
Ricordo che era di sera. Eravamo a tavola a cena quando tutto ad un tratto la radio annunciava che la guerra era dichiarata. La notizia fu così brutale e inaspettata che restammo di stucco.
Poveri noi! Avevamo paura, le strade si erano riempite di gente che gridava delle minacce contro gli italiani.
I francesi cominciarono a bussare a tutte le porte degli italiani, poi prendevano tutti gli uomini italiani per poi rinchiuderli in prigione. Diversi erano stati picchiati, insultati e persino derubati.
La mia famiglia ed io avevamo paura, anzi, aspettavamo che venissero da noi a portare via mio padre. Il tempo passava ma nessuno veniva. Fuori era già buio. La gente era rientrata. Quando stavamo per andare a letto si sentì bussare alla nostra porta. Andai io ad aprire e mi trovai davanti due francesi amici di mio padre che erano i nostri vicini.
Mi domandarono dov'era mio padre. Li feci entrare poi chiamai mio padre.Nel frattempo diedi loro delle sedie per sedersi e quando lui entrò si misero a parlare.
Ricordo le buone parole che dissero a mio padre, di non aver paura che a lui non gli faranno del male.
E da come capivo, essendo loro amici di mio padre, erano venuti a prenderlo quando era buio e fare finta di portarlo via per non fare differenze, anzi per metterlo in un altro posto riservato con altri come lui, ben visti. Così nessuno poteva picchiarlo. Quel posto era assegnato agli italiani che rispettavano e il giorno dopo erano rilasciati.
Il giorno dopo mia madre non ha voluto mandarci a scuola. Meno male, perché quelli che ci sono andati furono picchiati dagli scolari e anche dalle maestre. Dopo quel giorno con mio fratello si restava a casa dove era più sicuro,
I giorni passavano molto in fretta. Le settimane , i mesi…quando un giorno abbiamo saputo che i tedeschi avevano invaso Parigi e avanzavano.
Mentre i soldati tedeschi avanzavano, i soldati francesi scappavano per nascondersi. Anche loro avevano paura.
Nel frattempo tanti italiani lasciavano la Francia per ritornare in Italia, perché i francesi stessi non rispettavano nessuno. Se la prendevano anche con i bambini.
Io avevo ormai 13 anni. Ancora ricordo quella sera, dopo diversi mesi, quando mio padre annunciò che si partiva per l'Italia e dopo aver venduto e rifatto i passaporti e i biglietti del treno, finalmente arriva quel giorno della nostra partenza per l'Italia, la patria dei miei genitori.
Mentre il treno se ne andava, io guardavo fuori le belle vedute che sfilavano e, senza accorgermi, mi addormentai.
Finalmente, dopo diverse ore, il treno arrivò a Bardonecchia, la frontiera italiana. Il treno si fermò. Io presi le mie valigie e con i miei genitori e mio fratello siamo entrati in una piccola stazione per aspettare il prossimo treno che veniva dall'Italia. Quando arrivò ci siamo installati dentro e il treno ripartì di direzione di Milano, per poi cambiare treno che ci avrebbe portato a Piadena. Dopo due ore si arrivava a destinazione.
Piadena era un piccolo paese. Mi trovavo persa. Lì non conoscevo nessuno. Piadena era così piccolo a prima vista, non mi è piaciuto. Così, io e mio fratello si restava sempre assieme.
D'estate faceva così caldo che non riuscivo ad abituarmi. Poi con il passare del tempo e degli anni mi ero finalmente trovata a mio agio. E così anche mio fratello.
Nel frattempo avevo fatto conoscenza di un bellissimo ragazzo, molto gentile e siamo diventati amici. Io gli volevo bene. Anche lui voleva bene a me. Era un artista e dipingeva bellissimi quadri. Qualcuno mi disse che lui era molto ammalato. A me aveva fatto pena e così, tutte le volte che avevo tempo, andavo a trovarlo, a fargli compagnia. I suoi genitori mi invitavano sovente a casa sua. Un giorno andai a fargli visita. Quel giorno purtroppo lui era ammalato. Non ho mai saputo che cosa aveva. So che un giorno lui perse conoscenza e dopo morì. Insieme coi i suoi genitori abbiamo pianto e pregato e, dopo il funerale, li salutai perché loro avevano il loro magazzino ed io non ne ho più saputo niente. Quando penso che aveva solo 18 anni!
Avevo fatto conoscenza con ragazze che abitavano lì. Finalmente non ero più sola.
Sono rimasta lì qualche anno e dopo ho deciso di raggiungere mio padre che lavorava in Belgio a Herstal, dove lui abitava. Dopo aver scritto a lui del mio arrivo, feci le mie valigie e partii con il treno.
Dopo diverse ore il treno arrivò a Herstal, presi le mie valigie e scesi dal treno. Mi guardai attorno per vedere se trovavo mio padre e quando l'ho visto che anche lui mi cercava, io l'ho sorpresi andandogli incontro. Ci siamo abbracciati e abbiamo preso un tram che ci avrebbe portato dove lui abitava: Herstal. Dopo quel giorno sono rimasta lì per tre anni e mezzo. Nel frattempo mi ero fatta diverse amiche e anche trovato un lavoro in una casa di ricchi per fare la balia a tre bambini, due maschietti e una bambina, diventando una governante.
Il posto era bello e il mio lavoro non era pesante. Anzi, io mi divertivo con loro. Lavoravo dal lunedì al sabato a mezzogiorno, poi ero libera di andare a casa per poi ritornare il lunedì mattina. Poi mi trovai un fidanzato di nome Leonida. Più tardi ci siamo sposati e dopo lasciai il mio lavoro e ne trovai un altro dove potevo restare a casa mia.
Più tardi mio padre si ammalò di un brutto male. Il dottore mi aveva detto che gli restavano solo due mesi di vita. Povero papà, aveva solo 59 anni. Io gli sono stata vicino fino all'ultimo respiro.
Nell'anno 1951 mio marito aveva deciso di andare in Canada a lavorare, dove cercavano gente che voleva lavorare. Lui per primo fece la domanda e dopo qualche tempo fu accettato, così si preparò con il suo passaporto. Comprò il biglietto e partì da solo per essere sicuro che avrebbe avuto un lavoro per poi mandare a me i soldi per il mio biglietto. E quando arrivarono preparai tutte le mie cose nelle valigie e sono partita: era l'anno 1952.
Sono partita da Herstal per raggiungere mia madre e mio fratello. Era il 15 del mese di dicembre. E mentre si partiva io guardavo il panorama.
Il viaggio fu bello e dopo diverse ore il treno arrivò alla frontiera dove cambiai treno che mi portò diretto a Milano, poi presi la "Littorina" che in due ore mi portò a Piadena dove mio cugino Mario con mia madre mi stavano aspettando per portarmi a casa. Sono rimasta lì tre settimane per fare il mio biglietto e poi partire per Genova dove una nave di nome "Vulcania" aspettava i passeggeri.

Mentre aspettavo il giorno della mia partenza arrivò una forte bufera di vento e neve, così fitta che tutto si era fermato: il treno, i treni ecc.. Meno male che il mio giorno di partenza era dopo due giorni. Il giorno dopo avevano pulito tutte le strade e dappertutto. Sulla ferrovia, dove i treni erano bloccati dalla neve, tutto era fermo.
Finalmente arrivò il giorno della mia partenza.
Mio fratello era venuto ad accompagnarmi fino a Genova. Quando arrivammo prendemmo un taxi per andare direttamente al porto di mare. Ci hanno detto che la "Vulcania" veniv aperta il giorno dopo per i viaggiatori e partiva verso le nove. Che sollievo era stato per noi due, perché eravamo affamati e stanchi. Così abbiamo preso un altro taxi che ci portò in una trattoria non troppo lontana dal porto. Il cibo era ben preparato e gustoso. In più non era caro. Finito di mangiare domandai alla padrona se ci fosse una possibilità di avere una stanza con due letti per poter passare la notte. Fortunatamente ne avevano una libera. Andava bene per noi. Chiesi di essere svegliati prima delle sei e siamo andati a dormire. Abbiamo dormito benissimo tutta la notte. Al mattino dopo ci hanno svegliati. Ci siamo preparati, abbiamo fatto una buona colazione. Ho pagato tutto e mi hanno chiamato un taxi che ci portò direttamente al porto dove la nave aspettava.
Salutai mio fratello e salii sulla nave. Prima di andare in cabina andai a vedere se mio fratello era ancora lì. Infatti era lì che guardava la nave che si spostava dal porto.
Lo chiamai e lo salutai ancora con gli occhi pieni di lacrime.
Gli avevo promesso che lo avrei fatto venire in Canada.
Mentre la nave si spostava io piangevo perché lasciavo la mia mamma e mio fratello. Però dentro di me pensavo che appena potevo avrei fatto venire la mia famiglia in Canada.
Quando ho visto che mio fratello non era più lì, sono andata in cerca della mia cabina che si trovava in seconda classe con le mie valigie depositate lì.
Quando sono entrata mi sono accorta che non sarei stata sola. Eravamo in quattro donne: tre italiane e una signora anziana che non ho mai capito da dove veniva. Lei non capiva la lingua italiana, neanche il francese e neanche lo spagnolo.Non capiva me ed io non capivo lei. Però durante il viaggio la prendevo per le mani e la portavo al posto dove si mangiava. Ci si lavava al camerino e poi la riportavo alla cabina.
La partenza fu abbastanza calma. Il mare era così calmo e a bordo si trovavano tante persone e in buona parte andavano in Canada mentre gli altri negli Stati Uniti.
Tutto andava bene. Il cibo che ci era servito era proprio buono. Un giorno eravamo tutti a tavola a pranzo quando, tutto ad un tratto, si è levato un venticello che fece entrare una grande ondata d'acqua dall'oblò, bagnando le persone che si trovavano sedute di sotto. Un po' più tardi parlai con un ufficiale della nave che mi disse che il mare sarà in burrasca e tutta la gente dovrà restare nella propria cabina. Infatti la nave andava su e giù. Camminare era difficile perché quando la nave andava su a camminare era come fare una salita, ma quando andava giù dovevi fare attenzione a non cadere perché quando andava giù era difficile a camminare e fare le scale. Tanti cadevano perdendo l'equilibrio ed era meglio fermarsi ad aspettare quando la nave andava su.
Poi, quando si arrivò verso lo stretto di Gibilterra, dove i due mari si incontrano (Il Mediterraneo e l'Atlantico) era diventato proprio mosso. Ero contenta quando si arrivò vicino alla Spagna, almeno lì non era più così mosso. La nave si fermò per qualche ora. Ci dissero che si poteva uscire ma prima di prendere l'uscita ci voleva un permesso, però si doveva rientrare per le cinque. Così, con le due italiane della cabina dove stavo, abbiamo deciso di uscire. Una volta fuori abbiamo preso un taxi al porto di e domandai di portarci per la città, in francese perché il mio spagnolo era limitato. Poi abbiamo comperato delle cartoline postali, le abbiamo scritte e spedite e poi abbiamo bevuto qualcosa di fresco. Ci siamo comperato cose da mangiare, incluso il nostro autista. Ci siamo divertite, poi alle cinque siamo ritornate sulla nave per poi andare a cenare.
Nel frattempo il mare era diventato mosso. Tanta gente si è sentita male e vomitavano. Alla tavola dove mi trovavo eravamo solo due donne, compreso io e un ragazzo di 17 anni che pure lui scappò per vomitare. Anche lui aveva il mal di mare. Se ne andò nella sua cabina.
Mentre si andava verso Lisbona, in Portogallo, ci era stato annunciato che ci saremmo fermati lì dove il mare era troppo mosso ed era meglio aspettare al porto fino all'indomani, per vedere se si sarebbe calmato. Così abbiamo dormito al porto, senza paura.
Il giorno dopo il mare era ancora troppo mosso. Invece di cominciare a fare la grande traversata la nave cambiò rotta per evitare problemi e dopo otto giorni la nave era vicina al Canada.
Abbiamo trovato una nebbia sul mare così fitta da non vedere più nulla.
Quasi tutti i passeggeri erano nervosi, io incluso. Nessuno voleva restare in cabina. Avevamo paura che la nave avrebbe toccato qualche roccia e affondare.
La nave andava a rilento e continuava ad emettere suoni per avvertire altre possibili navi ma per fortuna tutto andò bene e si arrivò al porto di Hallifax. Il Canada! Che sollievo. Era il nono giorno di nave. Quando la nave fu ancorata siamo tutti scesi con le nostre valigie in mano e ci portarono in un grande posto dove ci siamo seduti aspettando il nostro turno per passare la dogana. Era il mese di gennaio e faceva un grande freddo. Quando tutti noi avevamo finito con la dogana ci portarono in una stazione dove un treno ci aspettava.
Quando ho visto il treno rimasi così sorpresa di vedere un treno come quello!
Non era di lusso, sembrava un vecchio treno buono da mettere al museo. Quando entrai dentro era così squallido, dove si trovavano le panche di legno. Erano così dure che non si stava bene seduti.
Finalmente il treno partì. Dentro era abbastanza caldo e dopo tante ore la notte era scesa, con una luna piena nel cielo che ci faceva vedere che il paesaggio era pieno di neve. La veduta sotto i raggi della luna era molto bella, poi tutto ad un tratto il treno si fermò. Dopo abbiamo saputo che la locomotiva si era gelata. Dentro era diventato freddo, non si stava bene, non si poteva dormire, mancava l'acqua, tutto era gelato, non si poteva bere, niente da mangiare.
Gli uomini, fuori, avevano lavorato tutta la notte e finalmente verso la mattina il treno ripartiva fino a quando si arrivò a Quebec, di giorno. Lì il treno rallentò per un po', poi si ripartì in direzione dell'Ontario, e più tardi finalmente si arrivò a Toronto.
Mi trovai con altre due persone che anche loro andavano a Guelph: una signorina che raggiungeva suo fratello a Guelph, poi un giovane che lui pure aspettava suo fratello da Guelph. Nel frattempo eravamo affamati, così siamo andati in cerca di qualche cosa da mangiare. Il problema era che nessuno di noi tre parlava l'inglese. Io provai a parlare il francese e domandare dei panini con formaggio e prosciutto, del caffè caldo e una cioccolata calda. Così ci siamo sfamati. Eravamo stanchi. Poi ci siamo seduti aspettando che qualcuno arrivasse a prenderci.
Il primo ad arrivare era il fratello del giovane che tutto contento ci salutò e partì con suo fretallo. Il secondo ad arrivare era il fratello della signorina, ma di mio marito non c'era neanche una traccia. Fortunatamente per me che si sono offerti di portarmi loro stessi a Guelph.
Fuori faceva molto freddo. Dopo tre ore si arrivò a Guelph, verso mezzogiorno, così mi portarono a casa degli zii di mio marito e li trovai tutti a tavola come se niente fosse. Però quando mi hanno vista sono rimasti sorpresi. Loro erano stati informati che il treno degli emigranti sarebbe arrivato verso sera.
Fuori il freddo era molto duro. Io ero così stanca…quello che desideravo era dormire.
La zia di mio marito mi portò qualche cosa di caldo da bere, poi mi portò in una stanza dove potevo dormire e ho dormito fino a sera.
Mio marito abitava lì, ma io volevo un posto mio per essere a mio agio. Per fortuna che la zia di mio marito aveva un appartamento con tutto dentro, solo che il letto era per una persona sola. Il giorno dopo ne abbiamo comperato uno grande con tante altre cose di cui avevamo bisogno, solo per qualche mese.
Nel frattempo Ermelinda, la cugina di mio marito, era andata dalla parrucchiera per farsi i capelli e parlando aveva fatto sapere che anch'io ero parrucchiera, che parlavo il francese e l'italiano ma non l'inglese, e quel giorno stesso io avevo un lavoro.
La padrona parlava il francese e così, lavorando, lei mi aiutava, e pian piano io imparavo l'inglese. Un giorno conobbi una nuova cliente che parlava il francese. Il suo nome era Francine, veniva da Parigi. Da quel giorno siamo diventate amiche. Francine aveva una bella bimba di due anni. Erano arrivati un anno prima. Suo marito lavorava in una fabbrica dove facevano la calce. Un lavoro molto sporco che nessuno voleva fare. Lì era la fabbrica degli emigranti. Così il marito di Francine, che si chiamava Marcel, trovò un posto per mio marito. Marcel aveva l'automobile e veniva a prendere mio marito e andavano a lavorare insieme. Il lavoro era duro, molto sporco e i forni rilasciavano tanto caldo che delle volte i lavoratori si sentivano male e svenivano.
Un giorno abbiamo saputo che la fabbrica era stata chiusa per sempre, così Marcel e mio marito sono rimasti disoccupati, come tanti altri.
Dopo, Marcel e mio marito sono andati dappertutto a cercare lavoro, senza trovare niente. Il fatto era che non c'era posto per persone che non parlavano l'inglese. Però Marcel aveva una vecchia macchina da lavare con il motore che ancora andava bene. Con quel motore hanno creato una macchina per affilare i coltelli. Tutti i giorni loro due andavano dappertutto, ristoranti, hotel e case. Le cose andavano bene. Il lavoro era facile, si guadagnavano da vivere.
Nel frattempo Francine ed io, alla fine settimana, andavamo nei campi di patate, che quando la scavatrice tirava su tutte le patate che raccoglieva, quelle che restavano per terra davano il permesso alla gente di raccoglierle ed erano nostre da portare a casa. Così, nel medesimo tempo, il posto restava pulito.
Poi al tempo delle mele si andava a raccogliere quelle che cadevano per terra e delle volte si poteva prenderle sulle piante. Con quelle che cadevano per terra facevamo la marmellata, le altre le mangiavamo oppure facevamo delle torte o altri dolci. Poi si andava al tempo dei funghi a raccoglierli. Qui in Canada erano abbondanti e di diverse qualità. Anche lì si faceva delle belle scorte che poi li si puliva e preparavamo in modo che quando si voleva li mangiavamo già pronti. Quanta roba si metteva via nel frigorifero a gelare!
In autunno gli uomini andavano a caccia di selvaggina, oppure a pescare. Avevamo pesci gelati nel frigorifero, delle rane piccole e grosse, conigli, fagiani, lepri, piccioncini, oche ecc.
Per noi tutto questo era diventato uno sport. Ci siamo molto divertiti e il nostro congelatore era pieno. In più si mangiava bene.
Io avevo imparato a fare la sfoglia, ravioli e gnocchi. Poi avevamo fatto un piccolo giardino dove cresceva l'insalata, fagioli verdi, prezzemolo, aglio, cipolle, carote e cicoria. Non ci mancava nulla.
Poi un giorno Francine ed io abbiamo fatto un altro piano. Lei aveva una vecchia macchina da cucire che era della zia di Marcel.
Allora abbiamo pensato di andare a comperare in una fabbrica dei tessuti diversi, e lì si poteva comperare a prezzo basso. Guardavamo su una grande tavola dove si trovavano dei pezzi abbastanza grandi di tutti i colori. Costava poco. Noi comperavamo tanta roba: di tutto, del filo di tutti i colori, bottoni, cerniere ecc., poi si ritornava a casa tutte contente. Poi io facevo i disegni, tagliavo e combinavo un vestito o una sottana con camicetta, pantaloni, sottane a pieghe, calzoncini per bambini. Poi la mia amica li cuciva. Io sapevo ricamare, lavorare a maglia, al crochet si faceva delle sciarpe, guanti, cappellini per bambine e bambini e anche per i grandi.
Poi al sabato andavamo al mercato a venderli. E si vendeva! Eravamo i soli che facevano tutti questi vestiti che erano belli e differenti.
I soldi entravano. Il bello era che non avevamo nessuna concorrenza.
Poi un giorno Marcel e mio marito erano andati entrambi a cercare del lavoro dove una fabbrica nuova aveva appena aperto. Il nome era Canadian General Electric e furono accettati. Hanno cominciato a lavorare il giorno dopo. Per il lavoro di affilare i coltelli, però, abbiamo fatto sapere ai nostri clienti che, quando avevano bisogno, di telefonare che gli avremmo affilato.
E così andava tutto benissimo. Poi pian piano ci siamo comperati quello che ci occorreva in casa.
Con i nostri amici eravamo una famiglia che poi è cresciuta. Francine aveva avuto un maschietto di nome Patrick e dopo diversi anni avevamo un bel po' di soldi da poterci comperare una casa. Anzi ne avevo trovata una non troppo lontana dal centro dove avrei aperto il mio salone da parrucchiera. Con mio marito siamo andati a vedere la casa e il prezzo, e come l'abbiamo vista e il prezzo che era abbastanza buono, abbiamo deciso di comperarla, pagando subito una certa somma e il resto un tanto tutti i mesi come se fosse di pagare l'affitto mensile.
Dopo due anni ho pagato tutto il resto.
Sul davanti della mia casa si trovava una bella entrata con un bel corridoio che portava in una grande stanza con due larghe finestre e lì pian piano ho cercato di trovare il mobilio adatto per poter un giorno lavorare per conto mio.
Un giorno avevo saputo che un salone stava per chiudere. La parrucchiera vendeva tutto, non voleva più lavorare perché era anziana per continuare. Ho comperato da lei un grande mobile che andava bene come separazione nella grande stanza, in più l'alto erano vetrine dove potevo mettere roba, prodotti da vendere alle mie clienti, al di sotto per mettere le mie salviette, lo scampo e altro cose. Un altro piccolo mobile, i caschi, seggiole, poltrone. Insomma gli avevo comperato quasi tutto e a buon prezzo. Poi ho comperato un lavandino per lavare i capelli delle clienti. Ho chiamato un idraulico che mi ha messo a posto tutto poi sono andato in Comune per avere una licenza con permesso. Poi quando tutto era a posto ho cominciato a lavorare a casa mia.
Avevo comperato da tempo l'aria condizionata per tenere il mio salone fresco d'estate. L'avevo messa su una finestra dove era il suo posto.
Credo di essere stata molto fortunata.
Dove avevo comperato tutti i prodotti, mi avevano regalato grandi foto a colori: delle belle modelle con delle pettinature bellissime. Quando tutto fu pronto io glielo dissi alla mia padrona, che avevo già cominciato a lavorare per conto mio. Lei mi disse che era contenta per me, perché lei voleva raggiungere il suo amante che abitava a Montreal.
Il lasciai il mio lavoro portando tutte le mie clienti con me. Anche le sue sono venute da me quando ha chiuso il suo salone.
Più fortunata di così non si poteva essere. Il nome del mio salone era "La moda di Parigi". Tutti i mesi mi arrivavano dei libri con tante belle pettinature che io facevo, così mi feci un nome ben conosciuto. Mi ero fatta una clientela ricca e sofisticata.
Ma nel medesimo mi ero fatta tanti nemici. Altri parrucchieri gelosi che mi facevano delle telefonate anonime e cattive, con minacce. Ho dovuto chiamare la polizia e dopo ero sorvegliata da un poliziotto che passava come un passante qualsiasi per vedere chi poteva essere che mi voleva del male. Poi con l'aiuto della Casa del telefono hanno potuto rintracciare il colpevole. Però non ho mai saputo chi era e, dopo, tutto è ritornato calmo.
La nostra vita in Canada è stata molto movimentata, interessante e posso dire che tanti emigranti avevano fatto dei grandi passi e sono riusciti meglio dei canadesi che si trovarono in svantaggio. Quanti erano gelosi degli emigranti, perché tutti quelli che sono venuti, dopo un po' di tempo avevano una casa e l'automobile.
Ricordo una mia cliente, un giorno, che per la prima volta era venuta da me. Mi disse."Io non so come mai gli emigranti arrivano e dopo un po' di tempo si comperano una casa". Io gli ho risposto che tutti possono farlo, basta saper come maneggiare i tuoi soldi che guadagni. Devi fare tanti sacrifici. Per esempio se vai sempre a mangiare fuori al ristorante, quello costa! Perché non fai da mangiare e mangi a casa tua? Vedrai quanto avrai risparmiato! Non facciamo lussi, non facciamo viaggi costosi e quando comperi una radio era di seconda mano. E facendo così mi sono fatta una somma. Risparmiando ci siamo arrivati.
Ma lei mi ha risposto che nella vita si vive una volta sola.
Vogliono viaggiare, divertirsi, comperare gioielli ecc.
Ora le cose sono cambiate. Hanno copiato da noi e sono contenti di avere imparato dall'emigrante ed ora ci rispettano mentre anni fa non lo facevano.
Ricordo come era il Canada appena si era arrivati.
Ma ora tutto è cambiato con tutti gli emigranti che sono venuti qui in Canada. L'hanno rifatto. Sul cemento hanno fatto delle facciate dei magazzini con delle lastre di marmo, o bellissime pietre. Tanti avevano fatto giardini bellissimi e un po' alla volta vedevi il cambiamento che si svolgeva dappertutto.
Ora il Canada è grande e bello, con tanti laghi grandi e piccoli e riviere molto belle, montagne rocciose, grandi pinete.
Naturalmente ci sono grane di politica. Delle volte la valuta del dollaro va giù, come dappertutto, che delle volte non è bene per l'economia del Paese e delle volte cambia, o c'è tanto lavoro, dipende, o non abbastanza. Quando tutti lavorano fanno viaggi.
Ora quasi tutti hanno una casa e non manca niente. Il Canada è ricco di tutto. La maggior parte di immigrati hanno botteghe, ristoranti, fabbriche, fanno commercio. Anche il clima è cambiato. I nostri inverni non sono più freddi come tanti anni fa. Abbiamo solo tre stagioni, invece di quattro. Ci sono tanti sbalzi di temperatura che causano dei brutti temporali che rovinano case, agricoltura ecc. Dopo, tutto aumenta sul mercato. L'ultima cosa che devo dire è questo: che se uno sa fare, fa dei progressi su tutti i campi. Fa una bella vita, si può pagare diversi lussi. Qui si sta bene.
Ora ho quasi 75 anni e quando mi volto indietro dico a me stessa "ho fatto bene a venire qui" e non ho rimpianto di avere lasciato la Francia, dove ero nata, e poi l'Italia dove ho sofferto al punto di perdere la mia vita. Poi il Belgio dove morì mio padre.

Noris Meleri Repaci, Winter Sunset (Canada), 1973, Olio su cartone, cm 28 x 20.

In Canada ho fatto dello sport. Mi ha ridato me stessa, l'amore per la pittura, la scultura e la ceramica. Ho fatto tante mostre, ho venduto quadri, tanti, ai turisti che venivano in Canada: francesi, tedeschi, americani ed altri. Tanti dei miei quadri, di forma piccola, li ha comperati un dottore degli Stati Uniti che ho avuto la fortuna di conoscere. Ogni mostra che lui veniva a vedere comperava tutti i quadri di forma piccoli e mi aveva detto che nel suo studio ne aveva un muro pieno. Poi ho conosciuto una coppia tedesca che anche loro ne hanno comperato parecchi, e una francese di Parigi e tanti canadesi, da tutte le parti del Canada. Per me questo è stato un grande onore.
Ho pitturato davanti al pubblico e non mi ero accorta che tramite la gente erano venuti anche quelli della televisione. Non ci ho creduto quando me l'hanno detto. Altre volte portavo cose per i bambini interessati alla pittura. Davo ad ognuno un piccolo quadro bianco, i pennelli e facevo io stessa la mistura dei colori da usare. E quando tutti erano pronti si cominciava. Per primo fare il cielo blu, poi fare una linea all'orizzonte che si pitturava il lago. Poi sul davanti si faceva dei grossi sassi e la riva. Poi si faceva qualche pino ed altri alberi, poi per finire si faceva erba con qualche fiorellino e tutti facevano bene. I genitori li guardavano con le lacrime agli occhi. I bambini erano fieri di portarsi il loro quadro a casa, specialmente con la loro firma.
Quei tempi erano belli. Posso dire che al giorno d'oggi tutti gli emigranti sono molto rispettati.

***
Mi dispiace di aver aspettato tutto quel tempo a rispondere. Sono rimasta in ospedale ben 9 giorni dopo l'operazione, poi ho dovuto ritornarci per cinque giorni e ancora faccio fatica a camminare con il mio ginocchio bionico. Oggi, martedì giugno vado dal dottore e ho ben paura che mi rimanderà in ospedale perché nel ginocchio c'è del fluido che forse dovrà tirarlo fuori per poter piegare il mio ginocchio.
Spero che la mia storia vi sarà utile per quello che volete fare, che vi sarà interessata.
Voglio scusarmi degli errori che so di avere fatto perché è difficile quando cambio dall'inglese, il francese e l'italiano e sono pigra di perdere tempo con il dizionario.
Saluti a tutti. Sinceramente

firma:
Noris Meleri Repaci